Lunastorta

blog di racconti brevi e lievi

Il figlio dell’armata rossa

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Il figlio dell’armata rossa, se così possiamo chiamarlo, sarebbe rimasto per sempre uno dei tanti spermatozoi inutilizzati e invece nacque – tempo dopo – in seguito agli accadimenti di quell’anno.

Correva il 1945 e in quella fine gennaio i giorni passavano monotoni e veloci. Monotoni perché la brodaglia di quel campo di prigionia era sempre più misera e faceva ancora più schifo del solito, la fame aumentava e il freddo pure.
Non c’erano notizie di nessun tipo e di tanto in tanto si sentivano colpi di cannone, lontani.
Ma erano, quelli, anche giorni veloci, molto, perché la data della fucilazione era stata ormai decisa ed era inesorabilmente prossima.
Ogni giorno si sentivano colpi di fucile, vicini.
Soldati italiani, traditori: al muro !
Teste calde: al muro !
Ribelli, indisciplinati e insofferenti: al muro !

Partito per la guerra a gennaio del ‘43 s’era trovato ad Atene a presidiare chissà cosa, a vigilare in attesa degli eventi, a far la guardia fuori una caserma, a marciare in formazione.Il tempo libero, però, lo passava a girovagare per Atene e dintorni, fumare oppio, bere retzina ed amoreggiare con le giovinette e così fino all’8 settembre.Dopo di ché si trovò recluso in un vagone che andava a nord-est, al freddo, alla prigionia.
E adesso stava per finire tutto, quella sua guerra, quella lenta agonia, quella fame e quel freddo, quello schifo, quello scempio, quell’insensatezza.
Un muro già bucherellato dai proiettili lo aspettava, dopodomani toccava a lui ed ai suoi compagni.

Il figlio dell’armata rossa, se così possiamo chiamarlo, sarebbe rimasto per sempre uno dei tanti spermatozoi inutilizzati e invece il giorno prima dell’esecuzione arrivarono i sovietici e il condannato a morte si ritrovò a girare tra le macerie affamato, lacero, stanco, malato ma vivo e libero.
La guerra era finita.

racconto di Fako

girava un libro erotico

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girava un libro erotico: il manuale pratico del reverendo mooligann. era un prontuario esaustivo: bondage, fetish, anal, sadomaso, ecc. non truculento ma neanche eccitante. girava voce che l’avesse scritto un attraente quarantenne, principe dei salotti e delle alcove che raramente, pare, incassasse un no. quando fu il mio turno lo sospesi con un ni. da una parte m’infastidiva l’idea di arricchire il suo ego; dall’altra, ero curiosa: se davvero il libercolo era opera sua, c’era da divertirsi. optai per la seconda, una notte d’inverno. accettai l’ennesimo invito e mi presentai armata di birra e profilattici. buttai un occhio nell’alcova: niente di speciale, tranne un oggetto misterioso attaccato alla spalliera del letto. aguzzai la vista e lo identificai: era una patata. si trattava forse di un nuovo strumento erotico bio compatibile? l’ospite si limitò a dirmi che il tubero era propiziatorio… mah! un misto d’inquietudine ed eccitazione mi pervadeva. stavo per essere catapultata in un inferno di perversioni o in un’oasi di colture biologiche ogm free? e quell’uomo educato e sfuggente, era davvero lui quel reverendo ? la giostra iniziò solitamente, fin lì niente di nuovo. e andando avanti pure, non emergevano malizie x rated. i preliminari si consumarono senza sorprese e il seguito anche. niente di meno poi, giunti che fummo al punto in cui le cautele si fanno d’obbligo, vieppiù vista la fama dell’amante, quello nicchiò. m’imposi e gli passai il salvagoccia. allora quello si mise a smanettare cercando d’aver ragione della tenzone ma, ahiahiahi, l’arnese si avvilì. lo osservavamo immobili, io e la patata. attimi di imbarazzo, tentativi di rianimazione, ma di lì a poco fu chiaro che il paziente era deceduto. svanii all’istante per non turbare oltre il dongiovanni accidentato. appena fuori mi accesi un’inutile sigaretta e, mentre ardeva, pregai il signore di prendersi cura del suo reverendo. amen.

racconto di Soledad

erano le nove del mattino

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erano le 9 del mattino. come al solito si stava preparando per  andare al lavoro e sentì suonare insistentemente alla porta.
pensò che erano ancora quegli scocciatori dei testimoni di Geova,brutti, cupi e malvestiti con quei loro insulsi opuscoli che dicevano che la fine del mondo era vicina e che tutti saremmo periti nel peccato mortale ma non se avessimo abbracciato il loro credo che portava vita e salvezza.
mo’ ve la do io la salvezza, maledetti portatori di sfiga…
l’ultima volta, circa un paio di settimane prima, era uscito seminudo dalla doccia e gocciolando sul pavimento aveva tirato giù un po’ di santi. aperta la porta si era trovato davanti due individui che solo a guardarli bisognava darsi una bella ravanata alle palle.
il primo era un maschio butterato, allampanato e curvo, vestito di grigio scuro, con i capelli lunghi e unti; il secondo, dal capello stoppaccioso e l’occhio spento e triste, era avvolto in una palandrana che copriva ogni forma ma probabilmente era di sesso femminile dato che portava una gonna scura lunga fino ai piedi.
aveva aperto la porta con uno striminzito asciugamano che copriva a stento i lombi ma non riusciva a nascondere il resto.
il butterato aveva alzato gli occhi al cielo curvandosi ulteriormente verso la punta delle sue scarpe da becchino, scusandosi per aver arrecato tanto palese disturbo; l’altra era rimasta muta con gli occhi che guardavano in basso, ma non il pavimento, e per poco non era caduta in ginocchio come chi ha visto la luce divina.
li aveva liquidati in fretta e gli aveva detto:
– io sono ateo, ateo e comunista. per favore non tornate più! –
possibile che fossero sempre gli stessi rompicoglioni? non gli era bastato l’incontro del mese precedente?
– eccomi, arrrivo… – disse a voce alta così che quelli fuori potessero sentire.
tirò giù un po’ di santi, diversi da quelli dell’altra volta, non riuscì a mettersi le scarpe ed infilò parte dei piedi in quelle striminzite pantofole rosa a forma di cane bassotto che una zia aveva regalato a sua moglie e che ancora non avevano trovato il tempo di frullare via nel secchio della spazzatura.
con la camicia fuori dai pantaloni, la cravatta buttata su una spalla, la cerniera lampo abbassata e la cinta che pendolava dai passanti, andò verso la porta
indeciso se maltrattarli violentemente, i testimoni della minchia perduta, o invitarli ad entrare, portarli in salotto, accendere il computer e mettergli davanti un bel video di you porno e vedere che succedeva.
stava quasi per aprire quando pensò che se lo poteva permettere uno scherzetto…  sì, sarebbe arrivato in ritardo al lavoro ma almeno gliela avrebbe fatta passare lui la voglia di suonare a quel campanello, il suo. di nuovo sentì suonare insistentemente alla porta ma con un ghigno se ne andò al bagno e si truccò pesantemente gli occhi con un bel po’ di  ombretto, quello più scuro, sopra e sotto le palpebre e se ne passò un po’ pure sulle labbra.
sembro davvero un vampiro che si è appena alzato dalla bara… ah ah ah… mo’ gliela do io la salvezza a questi due scemi.
finalmente si decise ad aprire la porta e si trovò davanti un signore e una signora che gli sbatterono subito in faccia un distintivo della polizia di stato.
la poliziotta si girò a parlare con l’inquilina dell’interno di fronte che nel frattempo aveva aperto.
il poliziotto, con molto poco garbo, forse per il fatto che da almeno 3 minuti stava aspettando che qualcuno si decidesse ad aprire, gli chiese se la notte precedente tra le 11 e mezzanotte avesse sentito dei rumori strani, urla, colpi o avesse visto qualcosa di sospetto.
non sapeva da dove cominciare, le domande erano particolarmente pressanti e sentì crescere nel suo cervello una serie di sensazioni inquietanti che dall’imbarazzo andavano alla vergogna fino a trasformarsi in uno spiacevolissimo senso di colpa condito da una quantità di ansia che stava diventando paranoia pura.
– lei vive solo qui? –
– no, c’è anche mia moglie ma ieri è partita e torna domani –
– allora ha sentito o visto qualcosa ieri sera, si o no? –
– no, veramente non ho sentito nulla, perché, cosa è successo? è successo qualcosa? –
– qui le domande le facciamo noi… che lavoro fa lei? –
– Io veramente lavoro in una società di pubblicità… –
– e lei, la mattina, va al lavoro con quella faccia e vestito così?
– no, sa, veramente… io pensavo…  –
– ma con chi lavora lei con le mummie, gli zombi? e che pubblicità fate la mattina…. eh? quella del circo dei mostri o quella dei travestiti?… allora, stanotte, ha sentito qualcosa o no? –
– no io non  sentito nulla… –
– ma lei è sordo? –
– no, perché? –
– senta, non mi faccia perdere la pazienza, ieri sera tra le 11 e mezzanotte la signora callineri dell’interno 12 è precipitata nel cortile interno e lei mi viene a raccontare che non ha sentito nulla…?
– no sa, il fatto è che di notte dal cortile interno arrivano sempre voci, schiamazzi ed urla e avevo chiuso la porta tra la cucina – che dà proprio sul cortile – e le altre stanze;  mi ero messo le cuffie per sentire un po’ di musica e dopo un paio di cd ho spento tutto e me ne sono andato a letto. –
– e non ha visto neanche i lampeggianti della polizia e dell’ambulanza? –
mo’ come faccio a spiegargli, a questo, che mi ero bevuto mezza bottiglia di chianti, mi ero fatto una canna ed ero stramazzato sul divano, con le cuffie sulle orecchie e un disco dei pink floyd a palla nel cervello… mo’ come faccio a spiegarglielo, eh?

racconto di Fako

non vedeva l’ora di togliersi le scarpe

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Non vedeva l’ora di togliersi le scarpe ché i piedi ancora gli  bruciavano un po’ per via della camminata sulla brace, bel regalino dell’orribile week end che aveva dovuto passare con i suoi colleghi di  lavoro in quella full immersion di due giorni – simpaticamente chiamata  “corso di formazione motivazionale” – conclusa con una bella camminata collettiva sulla brace. Il tutto per esplorare le proprie potenzialità  e rinforzare consapevolezza e autostima.
Non si era fatto male ma neanche bene e certo, a ripensarci, ne avrebbe fatto volentieri a meno. Comunque, arrivato sotto casa trovò fortunatamente un parcheggio libero, scese, controllò di aver chiuso porte e finestrini, mise le chiavi della macchina in tasca e prese quelle di casa. Non vedeva l’ora di arrivare non solo per levarsi quelle scarpe del diavolo ma anche perché cominciava a sentire una certa urgenza minzionale. Troppo vino e troppo forte l’ultima canna che si era fatto a casa dei suoi amici.
Aperto il portone, si mise davanti all’ascensore e, senza guardare, pigiò il pulsante della chiamata. Passati alcuni secondi girò la testa e si accorse che la spia rossa era accesa, ma dell’ascensore neanche l’ombra e, per di più, non si sentiva nessun rumore. Tirò giù due o tre moccoli, 5 piani di scale a piedi stasera no, pensò, e cominciò a salire. Sperò che l’ascensore non fosse rotto e che, semplicemente, qualcuno l’avesse chiuso malamente. Al primo piano tutto ok, al secondo trovò le porte aperte e un doberman alto quanto un pony che stava accucciato bel bello nell’ascensore. Quando il cane lo vide cominciò a ringhiare scoprendo una fila di denti che, mal contati, erano almeno 58. Il cane era brutto e cattivo e cosa ci stesse a fare al secondo piano se lo chiese senza sapersi dare una risposta. In quel palazzo, inoltre, l’animale più grande era il vecchio gatto rosso della sua vicina. Il cane uscì dall’ascensore e si mosse verso di lui e la cosa migliore che gli venne in mente fu di andarsene con una certa sollecitudine. Ridiscese le scale a balzelloni imprecando ad alta voce nella speranza che qualcuno sentisse e aprisse qualche porta chiedendo cosa stesse accadendo. Ma tutti stavano sprofondati nei loro bei sonni. Uscì dal portone e si accertò di averlo ben chiuso; si guardò intorno, accese una sigaretta e andò verso la macchina. Arrivato lì tirò giù la lampo dei pantaloni e cominciò. Mentre era sul più bello, dal palazzo di fronte si affacciò una vecchia maledetta che cominciò a strillare come un’ossessa. Il getto gli si ritirò in canna e mandò mille sventure a quella deficiente che a quell’ora di notte se la prendeva con un povero cristo che si stava pisciando sotto. Nella fretta di allontanarsi da quegli schiamazzi si bagnò i pantaloni, si bruciò le dita con la sigaretta e sentì liquefarsi consapevolezza ed autostima. “La devo smettere di stordirmi così…” e se ne andò alla ricerca di un angolo buio e riparato per dare soddisfazione alla povera vescica. Ritemprato dalla soddisfazione del bisogno e un po’ più lucido, verificò che la vecchia si fosse definitivamente ritirata e ritornò al portone di casa. Riaprì con grande cautela, aguzzò l’udito per cogliere ringhi rabbiosi o altri rumori inquietanti e, nel più totale silenzio, guardò la porta dell’ascensore ed il pulsante della chiamata. Era spento. Spinse con esitazione il tasto ma nell’attesa si allontanò un po’ e si mise vicino al portone pronto ad aprirlo subito e darsi definitivamente alla fuga in caso di allarmanti presenze bestiali. L’ascensore – in grazia di dio – arrivò vuoto, entrò, salì al quinto piano e si rintanò dentro casa chiudendosi la porta alle spalle e serrando accuratamente tutto. Giorni dopo raccontò la storia del cane alla sua strizzacervelli ed il responso fu: allucinazione da conflitto con l’autorità.

racconto di Fako

devo farmi una dose


devo farmi una dose
. altrimenti comincio a vedere cose strane. tipo una mongolfiera che passa l’aspirapolvere in salotto mentre balla i jingle pubblicitari che passano in tv. la mia occasione: una porta-finestra aperta e zappete, balzo dentro seguendo il labirinto delle piastrelle in cotto. zampetto e sento gridare: allora pallone gonfiato, muovi quelle chiappe cellulose che sto caffè sta per uscire! è la caffettiera che parla o sono io in crisi d’astinenza? ed ecco che una cascata nera cola fuori dall’acciaio. uno zampillo fa capriole su se stesso si contorce triplo salto mortale avvitamento si allunga per l’impatto e pac, quasi mi colpisce ma mi tuffo per schivarlo, tipo james bond che evita pallottole a go go. sono sano e salvo – sano si fa per dire. finalmente la mongolfiera atterra, prepara una tazzina e voilà, tira fuori la roba. con la bava alla bocca mi arrampico su una parete di marmo, senza corda né picchetti (messner mi fa un baffo). scorgo la meta, un barattolo: la polvere è sempre più vicina. mi arrampico di nuovo (questa volta messner mi fa una sega), sono in cima, mi manca il respiro e poi giù, mi lascio andare, scivolo senza sci – volo – tra le dune di zucchero bianco. altro che uomo delle nevi, pascià in un’oasi di dolcezza: cammelli con quattro gobbe, morbide odalische che ballano reggae all’ombra di palme bonsai, dune ricoperte di zucchero, zucchero ovunque… uh che schifo! una mano rugosa mi afferra per le zampe. giù le mani orribile grassona, sai chi sono io? armando la formica, bruttamongolfierapelosa, te le ho viste le gambe sai? lasciamigiùaltrimentiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii… menomale che sono caduto sul morbido.

racconto di Valeria

non si capisce bene


non si capisce bene
cosa voglia da me quel bellimbusto. dico: ci siamo amati, ci siamo lasciati e ci siamo scordati. e adesso, cosa vai cercando, baby? sono mesi che in questa metropoli tentacolare dovunque vada, lo incontro. e non è nemmeno che mi scucia un baffo, se non fosse che tutte le volte mi chiede di vederci e di parlare, però poi non mi cerca e non mi parla. perciò, sul serio: che cosa vai cercando honey? occhei, l’altra sera alla festa ci ho ballato. ma che altro potevo fare? mi è comparso davanti mentre mi dimenavo all’impazzata, non lo potevo mica cacciare via. e’ vero che potevo risparmiarmi la lambada, ma alla terza vodka lemon la volontà si annebbia, o sbaglio? lo so, mi sono detta “visto che ho fatto trenta, faccio trentuno”. perciò quando mi ha chiesto: “vengo da te?” ho risposto sì. ed è venuto. ah, se è venuto, e non vi dico io… forse volevo togliermi il pensiero. oppure ero curiosa di sentire i suoi argomenti. o più semplicemente essendomi già noti, desideravo ripassarli un po’. comunque cosa fatta capo ha. almeno adesso so cosa voleva. ho sempre detestato avere dubbi.

racconto di Soledad

capita a volte che le passioni sopite


capita a volte che le passioni sopite 
celino ancora brace sotto la cenere. così rincontro un tizio che mi ha spezzato il cuore e ci finisco a letto come se fosse ancora tutto vero. lì per lì mi confondo e non capisco: provo emozioni? e quali? cosa sento? e, oltre alla passione, covo ancora qualcosa dentro al cuore? e lui cosa mi dice? m’incanto ancora a vederlo guardarmi? e così via. lui, come ai vecchi tempi fa il tenebroso. dice e non dice, bacia e non bacia, chiama e non chiama. io però reagisco strana: lo penso, questo sì, ma non lo cerco. quando mi chiede di incontrarci a volte dico sì, a volte no. quando lo vedo, questo è vero, è sodoma e gomorra, ma il giorno dopo non mi ricordo di chiamarlo per ringraziare della prestazione. il tizio s’incupisce: palesemente il conto non gli torna. com’è, si chiede, che appena qualche tempo fa con solo una parola potevo farla ridere o morire e adesso non si sturba più per me? due, tre e quattro, alla quinta volta che si presenta a casa mia, dopo il tour de force di rito, il tizio si congeda con un benservito. essendo un viaggiatore, capita stia partendo, non sa quando ritorna, ma non presto. purtroppo il dovere lo chiama, ma è la vita che si è scelto! ragiono in un istante su quanto sto ascoltando, mi chiedo cosa provo e la risposta è: “ho sonno”. perciò gli auguro buon viaggio e che si copra. resta basito e se ne va. il giorno dopo lo rincontro per caso e pare quasi che ce l’abbia con me, oppure che il suo cuore stia soffrendo? nel dubbio lo ignoro. posto che sparisce ritengo sia partito, invece no, dopo un po’ riappare via sms e, mellifluo afferma, che il mio pensiero gli agita l’immaginario erotico. io guardo il cellulare, sto in mezzo al traffico, vorrei rispondergli qualcosa ma non mi viene niente, inoltre il clacson di un cafone m’incalza. non è cattiva volontà, ma anche volendo: come faccio a rispondergli?

racconto di Soledad

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